È risaputo che le attività antropiche, ovvero quelle attività che riguardano l’intervento dell’uomo sul territorio come le attività agricole o la costruzione di abitazioni, sono una fonte di produzione di metano.

Questo, rilasciato nell’aria e quindi nell’atmosfera, incide inevitabilmente e negativamente sull’effetto serra. In particolare, di recente l’attenzione è stata focalizzata sul legame metano-allevamenti agricoli. Vediamo dunque insieme di cosa si tratta.

 

SOMMARIO:

Metano e allevamenti: una questione ambientale sempre più urgente

La produzione di metano tra attività agricole e industriali

Contenere i gas serra è (anche) una questione di responsabilità ambientale

3 possibili soluzioni per ridurre la produzione zootecnica di metano

  1. Ridurre al minimo il rapporto foraggi/concentrati nella razione alimentare.
  2. Maggiore attenzione alla qualità dei foraggi.
  3. Favorire l’utilizzo di additivi nella razione alimentari.

 

La produzione di metano tra attività agricole e industriali

Se fino a qualche anno fa il consumo di metano – simbolo chimico CH4 – era incentivato addirittura dalle campagne pubblicitarie poiché si pensava che fosse il meno inquinante tra i combustili fossili e non fossili, oggi la storia è un po’ diversa.

In molti, infatti, puntano il dito contro il metano, sia se prodotto dalle attività agricole, sia se legato al funzionamento di centrali elettriche o alla climatizzazione degli ambienti o ancora ai trasporti terrestri e aerei. A tal proposito, i bollettini FAO del 2006 e del 2019 parlano chiaro:

  • il contributo delle attività zootecniche alla produzione totale di gas serra è di circa il 18% in termini di CO2 equivalenti
  • il resto si deve alle centrali di produzione di energia, ai trasporti, all’industria e alla climatizzazione ambientale

Teniamo presente per gas serra si è soliti intendere:

  • l’ossido di diazoto N2O
  • l’anidride carbonica CO2
  • il metano CH4

Nel merito del 18% sopra menzionato, il metano contribuisce solo per l’8%, anche se è 20 volte più potente dell’anidride carbonica come effetto serra. Nell’ambito, invece, delle attività agricole, il metano CH4 prodotto si deve per il:

  • 77% alla zootecnia
  • 11% alla risicoltura

mentre la parte restante è legata principalmente alle altre produzioni agricole.

 

Contenere i gas serra è (anche) una questione di responsabilità ambientale

È inevitabile dire che ogni settore delle attività antropiche, dall’agricoltura alla zootecnica alle produzioni industriali, deve assumersi la propria parte di responsabilità nella salvaguardia della salute ambientale. E agire quindi di conseguenza per affrontare e ridimensionare opportunamente il sempre più pressante e grave problema del riscaldamento globale.

A fronte della produzione di metano da parte degli allevamenti zootecnici e della risicoltura, c’è chi suggerisce di “risolvere il problema” eliminando dalla terra gli animali erbivori, selvaggi e allevati e, contemporaneamente, suggerisce la messa al bando della risicoltura. Ma sarebbe davvero sensato adottare una soluzione così radicale e drastica?

I pareri degli esperti sono piuttosto contrari definendola anzi una proposta risolutiva paradossale. Sarebbe infatti impensabile eliminare in misura totale il riso e gli alimenti di origine animale dalla dieta alimentare. Soprattutto se si parla dei bambini o degli asiatici per esempio, il cui regime alimentare è basato su un cospicuo consumo di riso.

Anche perché guardandoci indietro, la storia dell’uomo dimostra proprio quanto sia stata importante la sua evoluzione da erbivoro a onnivoro. Passaggio segnato peraltro da un aumento del volume della massa cerebrale del 25%.

Se non possiamo quindi pensare di stravolgere il nostro fabbisogno alimentare, cosa possiamo fare per ridurre la produzione di gas serra?

 

3 possibili soluzioni per ridurre la produzione zootecnica di metano

La produzione di metano dovuta alle attività zootecniche si deve alle caratteristiche digestive degli erbivori e in particolare dei ruminanti.

Questi ultimi sono infatti i maggiori produttori di metano in conseguenza alle loro fermentazioni digestive che utilizzano la fibra alimentare sia come fonte di nutrienti che come fonte di energia, anche se purtroppo solo parzialmente. E difatti si forma il metano come prodotto di scarto, pericoloso poiché è un gas serra ancora ricco di energia.

Ci si ritrova pertanto di fronte a un dilemma: se da una parte sarebbe opportuno favorire il consumo di microrganismi fibrolitici con il conseguente problema del rilascio di metano nell’ambiente, dall’altra si dovrebbe limitare l’uso dei foraggi per ridurre la quantità di metano prodotto ma con il rischio di compromettere la salute dell’animale.

Cosa fare dunque? Ecco tre indicazioni di base, ampiamente condivise dagli esperti:

1.     Ridurre al minimo il rapporto foraggi/concentrati nella razione alimentare.

Tutte le guide di alimentazione, da quella dell’INRA francese a quella della Cornell University americana, condividono indicazioni in questo senso: regolando il rapporto foraggi/concentrati, la produzione di metano si riduce anche come conseguenza dell’aumento della velocità di transito dal rumine.

2.    Maggiore attenzione alla qualità dei foraggi.

Il suggerimento è che non siano troppo maturi, ovvero troppo fibrosi. Infatti, come detto pocanzi, maggiore è la fibra presente nell’alimentazione degli animali, maggiore sarà la quantità di metano da questi prodotta.

3.    Favorire l’utilizzo di additivi nella razione alimentari.

Facciamo riferimento ad additivi quali estratti di aglio, polifenoli, farine di alghe marine. Questi componenti si sono infatti dimostrati molto utili nel ridurre la produzione di metano senza compromettere né la qualità né la quantità della produzione di latte.