Sicurezza alimentare ed efficienza nelle modalità di consegna: sono questi i due temi sotto l’occhio del mirino nell’inchiesta condotta da Altroconsumo. Sotto esame le più note società di food delivery, da Just Eat a Deliveroo a Glovo e così via, che, con il proseguire della validità delle restrizioni imposte al settore della ristorazione a causa della pandemia da coronavirus, hanno visto e tuttora vivono un notevole incremento della loro attività. E del loro business, ovviamente.

Ma cosa accade invece dal punto di vista del consumatore che si affida a questi servizi? Di seguito vogliamo condividere i dati più significativi dell’inchiesta condotta da Altroconsumo.

 

Sommario:

Food-Delivery sotto esame da Altroconsumo: ecco gli aspetti cui fare attenzione

Allergeni, temperatura e carica microbica al centro dell’inchiesta di Altroconsumo

Intolleranze e allergie: i fattori più difficili da monitorare con il food delivery

Attenzione anche a temperatura e sicurezza microbiologica, entrambi da monitorare

 

Allergeni, temperatura e carica microbica al centro dell’inchiesta di Altroconsumo

L’obiettivo dell’inchiesta condotta da Altroconsumo è quello di testare quanto la sicurezza alimentare sia garantita dalle società che consegnano cibo d’asporto soprattutto in presenza di allergie e intolleranze alimentari.

Per questo motivo, la nota associazione di difesa dei consumatori si è messa nei panni degli utenti finali di tali servizi, ordinando un totale di 60 piatti dai ristoranti di Milano e Torino che comparivano in lista sui siti dei principali operatori di consegna. Sono stati ordinati ben 13 piatti su ogni piattaforma scelta per l’inchiesta, includendo nell’ordine sia pietanze fredde sia piatti caldi. Ma soprattutto precisando, al momento dell’ordine, la presenza di allergia:

  • alla soia, in riferimento a preparazioni come sushi, poke e riso alla cantonese
  • all’uovo, per pietanze come hamburger, insalata mista e kebab

All’arrivo dei piatti, sono state testate la presenza di allergeni, la temperatura al momento della consegna e la carica microbica di ogni piatto per valutare eventuali problemi igienici. Tutto questo grazie alla partecipazione dell’Istituto Zooprofilattico del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta dove ha sede il CReNaRiA, ovvero il Centro per la rilevazione di sostanze che provocano allergie e intolleranze negli alimenti.

I risultati raccolti sono serviti per fare luce sulle responsabilità tanto dei ristoratori, interessati dalla preparazione dei piatti in conformità alle disposizioni legislative, quanto dei servizi di consegna a domicilio, incaricati di offrire un servizio che rispetti la qualità delle pietanze. A conclusione dell’indagine, Altroconsumo ha inviato i risultati al Ministero della Salute, chiedendo nuove norme e più impegno alle piattaforme.

Intolleranze e allergie: i fattori più difficili da monitorare con il food delivery

I risultati dell’analisi condotta sono per nulla confortanti: hanno infatti evidenziato quanto sia difficile (e rischioso) per una persona che soffre di allergie alimentari affidarsi e fidarsi dei servizi di food delivery con consegna a domicilio. E questo è dovuto principalmente al fatto che le liste degli ingredienti pubblicate sulle svariate piattaforme non riportano in modo completo ed esaustivo tutti gli ingredienti presenti poi all’interno delle preparazioni.

In aggiunta, nella maggior parte dei casi è stata anche riscontrata l’impossibilità di deselezionare gli ingredienti “colpevoli” di allergie o intolleranze. Infine, ciliegina sulla torta, l’associazione di categoria ha messo in risalto l’assenza della lista degli allergeni all’interno dei menù, come invece previsto dalla legge. Quanto alla possibilità di comunicare la propria allergia, ogni piattaforma fa un po’ a modo suo: c’è chi mette a disposizione uno spazio e chi consiglia di chiamare il ristorante. Anche se sembra che questa azione non vada sempre a buon fine.

In conclusione, intolleranze e allergie alimentari continuano a essere fattori difficilmente gestibili con le piattaforme di consegna cibo a domicilio. In riferimento all’ordine effettuato da Altroconsumo, 18 piatti su 60 contenevano infatti uova o soia come ingrediente o in tracce. E l’attenzione riservata dalle piattaforme alle esigenze del cliente comunicate espressamente non guadagna punti: in ben 15 casi in cui si era riusciti, in un modo o in un altro, a indicare di essere allergici, le indicazioni non sono state ascoltate. In tutti gli altri casi, è stato addirittura impossibile mettersi in contatto con il ristorante.

Attenzione anche a temperatura e sicurezza microbiologica, entrambi da monitorare

L’analisi condotta ha messo sotto esame anche la temperatura delle pietanze consegnate:

  • per i piatti freddi: è stata rilevata una temperatura media di 23,5° C, un po’ alta rispetto alla temperatura considerata ottimale di circa 10 gradi;
  • per i piatti caldi: la metà ha registrato temperature inferiori ai 50° C, mentre la norma prevede una temperatura di 60° C

Per quanto attiene la sicurezza microbiologica, il test ha giudicato insufficienti 23 consegne sulla totalità di 60. È importante e doveroso però sottolineare che in nessun caso sono stati riscontrati problemi che avrebbero potuto causare intossicazioni o disturbi di salute. La presenza di batteri è stata presa come riferimento per un giudizio di scarsa igiene e freschezza per i cibi conservati male.