Tra il 1995 e il 2010 la concentrazione di mercurio immesso nell’ambiente (principalmente in mare) nell’emisfero nord è scesa del 30%, grazie a leggi e regolamenti sempre più restrittivi. Eppure il pesce che vive in questi mari non sempre ha visto diminuire nell’identica misura la concentrazione del metilmercurio, il derivato inorganico e tossico del mercurio, che si trova nelle sue carni dopo l’intervento della flora batterica su quello libero introdotto con la dieta. In alcuni casi effettivamente i livelli sono scesi, ma in altri sono aumentati, e sono destinati a continuare a crescere ancora. La colpa è essenzialmente di due fattori: l’eccesso di pesca e il riscaldamento globale.

A dimostrare che la situazione del mercurio nel pesce è molto più complessa del previsto è uno studio pubblicato su Nature da un team guidato dai ricercatori di Harvard, che hanno studiato a fondo che cosa è successo negli ultimi tre decenni in un tratto di mare specifico, il Golfo del Maine, partendo dall’esame del contenuto di due pesci che condividono, oltre all’ecosistema, la catena alimentare, cioè il merluzzo atlantico (Gadus morhua) e lo spinarolo (Squalus acanthias). Ed ecco il primo dato sorprendente: negli anni Settanta, nel merluzzo il metilmercurio era più basso in media del 6-20% rispetto ai primi anni Duemila, mentre nello spinarolo era più alto del 33-61%. Come mai?

Secondo gli autori, ciò dipende dall’eccessiva pesca delle aringhe verificatasi negli anni Settanta. Le aringhe erano cibo di elezione per entrambi, ma, alla scomparsa di un alimento così fondamentale, i merluzzi si sono rivolti verso pesci simili per taglia e caratteristiche, in primo luogo sardine e alose, mentre i spinaroli hanno preferito orientarsi sui calamari e su altri cefalopodi, che concentrano molto mercurio. Quando, nei primi anni Duemila, le aringhe sono tornate a popolare il Golfo, i merluzzi sono tornati a una dieta con più metilmercurio, gli spinaroli a una più povera della stessa sostanza. Tutto ciò spiega in parte le differenze marcate visibili oggi.

Il secondo fattore è la temperatura dell’acqua più elevata, perché più essa aumenta, maggiore è la necessità di questi pesci di mangiare e, quindi, la tendenza a inglobare metilmercurio. Così, per esempio, tra il 2012 e il 2017 nel Golfo del Maine la quantità di metilmercurio nei tonni è aumentata del 3,5% all’anno proprio a causa della maggiore attività predatoria causata dall’innalzamento delle temperature delle acque. In base alle stime fatte dai ricercatori, all’innalzamento di un grado rispetto ai primi anni Duemila, corrisponde un aumento medio di metilmercurio del 32% nei merluzzi e del 70% negli spinaroli.

sardines on a fish market
Non è solo la pesca eccessiva delle specie di cui si nutrono i pesci come merluzzo e spinarolo a influire sui livelli di mercurio, ma anche la temperatura dei mari

Il modello elaborato permette anche di fare simulazioni nelle quali il miglioramento associato al calo di emissioni di mercurio è controbilanciato o, al contrario, amplificato a seconda dell’andamento della popolazione di aringhe, della temperatura dell’oceano e di altre variabili.

Il messaggio finale è quindi quello che non si può generalizzare, ma è indispensabile valutare ogni specie, anche per definire eventuali provvedimenti, o anche solo consigli alla popolazione. Tenendo sempre presente che il metilmercurio, in qualunque quantità, andrebbe evitato, soprattutto (ma non solo) da parte delle donne che intendono fare un figlio o sono in gravidanza (a causa degli effetti sullo sviluppo del cervello e sul cuore), e che tutti i pesci ne assumono e poi ne accumulano quantità più o meno rilevanti con la dieta.